il CUSTODE

Un clamoroso errore in copertina


Cos'hanno in comune Publio Virgilio Marone e Clifford Donald Simak?

Qualche critico menzionerebbe, magari dubbioso, "le atmosfere bucoliche".

Nel 1970 l'addetto C.E.L.T. alla composizione della sovraccopertina del volume SFBC n. 40 non fu d'accordo. Perciò...


  
(titolo originale: The Goblin Reservation, 1968)


Nota di gennaio 2002: non era colpa "del grafico!"

Chiarisce Ernesto Vegetti (che ringraziamo):

In effetti l'attribuzione del Dante è nell'annuncio del libro fatto da Roberta Rambelli su Galassia. Nei tempi eroici si cercava disperatamente, quasi fosse una cosa fondamentale, di decifrare il secondo nome degli autori inglesi. I manuali di riferimento erano costosi e difficilmente reperibili... Così la D. era già diventata "Daniel". Qualcuno (ho i miei sospetti) fece sapere alla Rambelli che la D. stava addirittura per "Dante". Lei sparò, cito a memoria "Altro che Daniel, il poeta della fantascienza non poteva che avere come secondo nome Dante!"
Qualcuno sta sogghignando ancora adesso.

E poi, abbiamo ricevuto un'altra autorevole mail che chiarisce, per testimonianza diretta, la frase "qualcuno fece sapere..."

"Il Dante Simak ce lo trovammo davanti sulla copertina del libro ormai stampato.
Un errore irreparabile!
Sbiancammo.
Lui fece: "Ma perché, non si chiama Dante?"
"No, si chiama Donald. Perché non ha telefonato a uno di noi due per chiedere?
Lui: "Perché ero sicuro che si chiamasse Dante. Beh, ormai è fatta."

Si dice il peccato, naturalmente, ma non il peccatore... i più arguti potranno individuare un indizio, fra le righe.


E adesso, due parole su Simak. Infortunio di copertina a parte, ecco alcuni brani *illuminanti* su Simak e l'intera storia della SF, tratti dell'ottima presentazione di Carlo Pagetti:

IL QUADRUMVIRATO

Nel 1939 Clifford Donald Simak scrive, sotto la guida di Campbell, "Cosmic Engineers" entrando di diritto a far parte di quel formidabile quadrumvirato fantascientifico che comprende anche Isaac Asimov, Robert Heinlein, A.E. Van Vogt.

Sono questi i quattro scrittori che, insieme a un'altra decina di colleghi appena meno importanti, creano una SF nuova, una SF non più derivata da Wells, Verne o legata agli schemi già collaudati dalla narrativa dell'orrore, ma una SF americana, in grado di riflettere la natura e la realtà dell'America in quel determinato momento storico.

Ognuno dei quattro grandi contribuisce - a modo suo - a creare una mitologia fantascientifica, rappresentando, come Burroughs o Lovecraft non avevano fatto, il futuro mitico della Terra, e in particolare dell'America.

Essi costruiscono un'utopia tecnologica, in cui il linguaggio e la trama sono ancora convenzionali, ma che ha il merito di riflettere la realtà del presente e di presentarne, appunto miticamente, i problemi. Questa sarà la strada che i quattro seguiranno anche dopo la fine del conflitto mondiale e negli anni della guerra fredda, così che tutta la loro narrativa può vedersi come espressione unitaria d'un dato momento storico. Fa parzialmente eccezione solo Heinlein, che ha tentato più volta la via del rinnovamento, riagganciandosi ad altre esperienze narrativa, ma con risultati non sempre positivi.

Nel dopoguerra, le nuove generazioni fantascientifiche, stimolate anche dall'esempio di Bradbury (che resta sempre un po' isolato, rispetto alle riviste specializzate e agli altri scrittori) hanno tentato un approccio più diretto alla realtà americana. Così è nato negli anni Cinquanta l'esperimento di Galaxy, i cui scrittori più rappresentativi (Pohl, Sheckley, Dick, Vonnegut) non si accontentavano più di una visione mitica ma, impiegando l'artificio dell'utopia negativa, cercavano di colpire direttamente i punti deboli della civiltà americana (...)

Negli anni 60 il quadro cambia nuovamente. L'impegno sociale viene attutito o abbandonato, in nome di una maggiore ricerca formale e linguistica. La SF americana si differenzia e reagisce in modo composito agli stimoli che giungono sempre più forti dall'Inghilterra dove, intanto, è in corso un processo di emancipazione dalla tradizione wellsiana e da quella americana. La New Wave fantascientifica di Aldiss, Ballard, Moorcock suscita reazioni conservatrici e dichiarazioni di disimpegno sia formale che ideologico da parte delle frange più tradizionali.
Alcuni scrittori, invece, come Zelazny e Delany dirigono la SF verso altri obiettivi, raffinano lo stile, rievocano le avventure della space-opera, ma con sottile intento critico, tornano alla visione della SF come mitologia cosmica e visione d'orrore, creano insomma una nuova, complessa forma di space-fantasy ancora difficile da giudicare.

Nell'ambito di quel quadrumvirato, Simak occupa una posizione ideologica e morale particolare.
Asimov rappresenta la voce di una scienza illuminista e democratica, che si batte per reintrodurre la ragione in un universo sconvolto.
Van Vogt è più vicino a ideologie autoritarie, ma accentua ancora gli elementi fantastici di un futuro prodigiosamente lontano dalla realtà del presente. Tuttavia la sua polemica contro la razionalità in nome d'una nuova, fumosa filosofia misticheggiante, anche se non diminuisce le sue qualità di narratore, lo inserisce certamente nella schiera di coloro che contestavano la società americana da posizioni conservatrici.
Heinlein, a sua volta, se per accuratezza di particolari tecnici è più vicino ad Asimov, come Van Vogt è sempre affascinato dalle teorie superomistiche. I suoi superuomini però, spesso violenti spregiatori della "massa", dotati di ingegno eccezionale, hanno uno stampo più americano dei decadenti immortali di Van Vogt. Derivano più dagli accampamenti di frontiera (o dalle fattorie del sud) che dai castelli dell'Europa Centrale.
Simak è, assieme ad Asimov, il rappresentante della democrazie e dell'equilibrio. Non si tratta, però, di una democrazia fondata sulla scienza, ma su un sano equilibrio morale, che proviene dal contatto con la natura, con la vita semplice delle piccole città rurali. Simak ha fiducia in una umanità e nella sua azione concreta, capace di reagire a ogni prova e a ogni insidia. Un notevole scrittore che miticamente rappresenta lo sforzo compiuto dall'uomo per raggiungere un equilibrio interiore. Non a caso, come Asimov è ebreo profugo dall'Europa, Simak proviene dalla provincia americana del middle-west. La natura americana ha per lui più importanza della scienza e della stessa ragione, ed equilibrio non può esservi al di fuori d'un paesaggio naturale sereno e pacificato.

Encomiabile. In una pagina, lo studioso ha detto praticamente tutto!

Il Custode aggiunge solo due cose:

1. La Perseo Libri (guidata da uno dei padri della SF italiana, Ugo Malaguti) ha meritoriamente pubblicato l'opera omnia di Simak, in veste editoriale pregiata e con traduzione di alto livello letterario, ad opera di Malaguti stesso. In tal modo la Perseo ha rimediato a molte malefatte editoriali su Simak, commesse - ebbene sì - anche da Urania.

2. Un piccolo consiglio ai novizi: di Simak, leggete *almeno* "City" (noto anche come "Anni Senza Fine", premio International Fantasy Haward 1952) e "Qui si Raccolgono le Stelle" (noto anche come "La Casa dalle Finestre Nere", premio Hugo 1964).

Ho detto... "almeno"!

;-)

Il Custode


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